Come spiegato nell’introduzione, il fine ultimo di questo libro è quello di aiutare a diventare più saggi, intendendo per saggezza la capacità di soddisfare i bisogni propri e quelli altrui, in modo sostenibile.
Tale obiettivo si basa sul principio che la soddisfazione di un bisogno provochi un aumento del piacere o una diminuzione del dolore nelle loro varie forme e, al tempo stesso, contribuisca alla sopravvivenza dell’individuo e alla conservazione della sua specie. Viceversa, si assume che la frustrazione di un bisogno provochi un aumento del dolore o una diminuzione del piacere e, al tempo stesso, contribuisca a far ammalare o uccidere l’individuo e a minacciare la conservazione della sua specie. Si assume inoltre che il piacere e il dolore siano sintomi della soddisfazione o frustrazione di bisogni.
Non ho cercato di dimostrare la verità di tale principio, e riconosco che, così come lo uso in questo libro, esso non è falsificabile (nel senso di Karl Popper), si tratta dunque di un postulato più metafisico che scientifico. Non è falsificabile perché, quando un piacere o un dolore non è riconducibile ad alcun bisogno identificabile, io suppongo che un bisogno sottostante esista comunque; in tal modo ogni possibile controesempio viene riassorbito nel principio anziché metterlo alla prova. So bene, inoltre, che esistono casi che sembrano contraddirlo: mancanze che danneggiano o uccidono un organismo senza produrre alcun dolore (si pensi all’ipertensione o all’avvelenamento da monossido di carbonio), e piaceri intensi legati a ciò che danneggia (si pensi alle droghe). Assumo che si tratti di imperfezioni e inganni dei meccanismi di segnalazione sviluppati dall’evoluzione, non di smentite del principio; ma riconosco che questa è, appunto, un’assunzione.
Per questi motivi non chiedo al lettore di accettare tale principio come una verità dimostrata, ma di adottarlo come una lente interpretativa, da giudicare in base alla sua utilità pratica: se aiuta a comprendere le proprie sofferenze e a ridurle, ha assolto la sua funzione. È questo, in coerenza con il mio pragmatismo sentimentale, il criterio con cui invito a valutare l’intera opera. Da quando esiste la scrittura, i media abbondano di ricette per essere felici. In fondo anche questo libro è una ricetta della felicità, questo misterioso e soggettivo stato mentale definito nei modi più vaghi e arbitrari sia nella cultura popolare che in quella più istruita. Questo perché non si tratta di un concetto scientifico, e tutto ciò che non è scientifico è in certa misura arbitrario (ma non per questo necessariamente falso).
Io definirei la felicità di un individuo come una condizione abituale in cui i suoi bisogni primari vengono soddisfatti in modo sufficiente prima che una loro eventuale frustrazione provochi dei danni psicofisici. Per sufficiente intendo in misura tale per cui l’individuo accetti volentieri la vita che conduce e non desideri cambiarla strutturalmente.
Da tale definizione deduco che la saggezza sia, in quanto capacità di soddisfare i bisogni, anche conoscenza di ciò che causa la felicità e di ciò che la ostacola.
Chiediamoci allora: cosa causa la felicità, cosa la ostacola?
Non ho dubbi sul fatto che, data la generale interdipendenza degli esseri umani, la felicità dipenda dalla qualità delle relazioni sociali, ovvero da quanto tali relazioni soddisfino i bisogni primari degli interagenti, dando per scontato che un essere umano non possa fare a meno di interazioni sociali.
Il saggio sa che una relazione sociale può contribuire più o meno alla felicità o alla infelicità dei contraenti, e sa perché. Questo gli consente di fare le scelte giuste nel senso di migliorare una relazione (nella misura in cui è migliorabile) o di sostituirla con un’altra più favorevole alla felicità propria e altrui.
Il saggio vive nel presente con un occhio al futuro, e sceglie ogni giorno se continuare a vivere come vive abitualmente o cambiare qualcosa, specialmente per quanto riguarda le sue relazioni con gli altri.
Il saggio è sempre preparato alle prossime interazioni sociali, conosce i bisogni e i desideri propri e quelli altrui (distinguendo quelli sani da quelli malati), sa quando cercare compagnia e quando la solitudine, sa come presentarsi agli altri, cosa rivelare e cosa non svelare, quando cooperare e quando competere, quando guidare e quando lasciarsi guidare, cosa offrire e cosa chiedere, cosa dare e cosa prendere, cosa accettare e cosa rifiutare.